Se la vita è viaggio.

Ci sono momenti in cui, neanche te ne rendi conto, ma decidi di vedere la tua vita in un altro colore.
Sei abituato al verde, al rosso e al giallo. Ad un certo punto, non sai come, ma arrivi al blu. Non lo sai come ci arrivi, hai vissuto una vita che era solo la tua, e per quanto hai potuto hai deciso tu come viverla, ma ad un certo punto succede che prende una svolta che no, non l’avevi considerata. Questo momento è il viaggio. Tiri fuori, con un colpo netto, le tue radici dal suolo e le lasci libere. Ed è un momento, un momento soltanto.
Ti svegli una mattina, metti il cappotto, quello pesante, ed esci, e non te lo aspetti che la gente parli in un’altra lingua. Non te lo aspetti perchè le radici sono le radici, e non le tagli. Ma puoi spostarle. E dopo un po’ inizi ad abituartici, come gli occhi dal buio lentamente si abituano alla luce. A respirare un’aria diversa. A vedere un altro cielo. A non vedere il mare no, quello mai. Ma è così. Ti svegli e sei in un altro mondo, tutto nuovo. Oggi impari una parola nuova, un modo di dire, e ti senti come se avessi 5 anni e imparassi cosa vuol dire ‘locomotore’. Una parola difficile, ma la ricorderai. Diventerà una parte, tutta nuova, di quello che sei tu. In un parco vedrai gli scoiattoli, e ti sembrerà di non averli mai visti prima. Mai così da vicino. Ti stupirai di tutti i ‘thank you’, della gentilezza, delle differenze. Della moltitudine di mondi in una città soltanto. Ti stupirai di quanto può esserci da scoprire. Di tutti i sapori che non hai mai sentito nella tua bocca, dell’odore di una giornata fredda, di quanto può essere sottile la pioggia. Di quanto puoi ancora perderti in un solo quartiere e di quanto ancora di nuovo puoi vedere ogni volta che ti perdi. Ti stupirai del tassista che ti contatta perché hai dimenticato il cellulare nel taxi, della signora che ti sveglia sul bus perché sei stanca e un po’ ubriaca e ti sei addormentata e ti chiede se sai dove sei, e dove stai andando, e quando scendi insieme a lei, un paio di fermate in ritardo, ti abbraccia e ti augura un ‘happy christmas’. Ti stupirai dell’homeless che dopo due parole distratte sull’autobus tornando a casa da lavoro ti ringrazia -sì, ti ringrazia- per la chiacchierata. E allora tutto sommato penserai che la ricchezza non sta soltanto nei volti di sempre, negli abbracci caldi, nelle risate sincere fatte di nulla con gli amici, ma anche negli sconosciuti, nella loro capacità di meravigliarti, ancora. Nel sentire viva la mancanza di casa come non l’hai mai sentita, come se ogni giorno fossi stata lontana per anni. Nel cambiare, cambiare, e cambiare ancora. E diventare non soltanto un io, ma un noi, un we, un watashitachi, un nous. Una moltitudine di persone, di racconti, di storie lunghe come vite. Il viaggio. E’ come ricominciare a vivere una vita nuova. Questa è la ricchezza.

“Peccato. Tu avevi talento. Tu, io non ne ho mai avuto.
E per cosa? Per il sesso? risi io.
No, per vivere. Tu conoscevi la tecnica. Ci vuole un talento speciale, sai, per avere la voglia di fare le cose, di andare avanti. Specializzarsi in qualcosa, stufarsi e lasciar perdere: ci vuole un vero talento per fare questo percorso fino infondo. La maggior parte delle persone non ce l’ha e gira intorno alla stessa cosa per tutta la vita.”

(Yoshimoto B. – Lucertola)

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DIstrazione

Sono giorni strani questi, va detto. Il papa ha iniziato ad usare twitter. 3 giorni fa, giorno di debutto in e-società, sua Santità ha avuto tempo e modo di postare ben 7 tweet. In una normale giornata lavorativa, io, questo tempo non ce l’ho. E di certo se ce l’avessi non mi metterei a rimuginare su come può sopravvivere la fede in Dio in un modo privo di speranza, no. Non sono ancora così disperata.
In aggiunta alle prodezze del papa -inaspettatamente giovane e cibernetico- in Italia, abbiamo quelle del signor Mario Monti, che ha deciso bene di mollare la barca e spostarsi verso altri lidi. Lo si potrebbe paragonare a una sorta di nuovo Schettino, solo in scala maggiore. E con la differenza che, mentre Schettino ha abbandonato i poveretti in mare, Monti abbandonerebbe l’Italia intera in un mare di merda. O di merda e lacrime, a seconda di quanto sei fortunato.
Poi ieri, per la diciottesima volta credo, da che ho memoria (e, non vogliatemene, ma posso affermare con una certa soddisfazione che il mio “da che ho memoria” non è poi così vasto. ho solo 26 anni, eh), tale Adam Lanza, autistico, 20 anni, ha preso 3 o 4 pistole e un fucile dalla cassetta degli attrezzi, e dopo aver piantato un pallino in faccia a sua madre (per non far sentire nessuno escluso) è andato a fare fuori un paio di classi di una scuola elementare. Niente di più regolare.
Hanno diritto all’autodifesa, dicono. Hanno bisogno del diritto all’autodifesa, dicono. Chi non vorrebbe difendersi da un manipolo di bambini moccolosi, che si mettono le dita nel naso e sbraitano di continuo e quando meno te l’aspetti si fanno la cacca nelle mutandine? Del resto anch’io se qualcuno tenta di rubarmi la borsetta con dentro il mio cellulare da 90£, la oyster e un portafogli con dentro 1.50£ vorrei poter tirare fuori la beretta dal reggicalze e piantargli un proiettile in fronte. Che scherzi?! Altrimenti che ne sarebbe del mio orgoglio femminile? Ed è facile fare del buonismo gratuito come Morgan Freeman che afferma che si può fare qualcosa di buono dimenticando il nome di Adam Lanza e ricordandone almeno uno dei bambini che hanno perso la vita. E di donare alla ricerca sulle malattie mentali piuttosto che puntare il dito contro la facilità del possesso di armi negli Stati Uniti, ma la verità quella vera è che se uno non avesse a disposizione un bazooka nello sgabuzzino insieme al falciaerba e ai cacciaviti, magari uccidere 26 persone quasi contemporaneamente sarebbe -almeno un po’- più complicato. E magari 20 piccoli ometti avrebbero potuto imparare, col tempo, a non farsi più la cacca nelle mutandine, a non mettersi più le dita nel naso, ad allacciarsi le scarpette da soli e poi a vivere. Lentamente, a fatica, avrebbero imparato a vivere, come facciamo tutti. Chi più, chi meno.
Strange days. I lived through strange days.

di quanto è dolorosa la libertà

Il 7 Novembre 2012 il Consiglio dei Ministri Francese ha approvato il progetto di legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso e che dà a queste ultime la possibilità di adottare un bambino. Questo stesso 7 Novembre, in questa ondata di rimodernamenti, o meglio forse di riconoscimento della realtà, gli stati di Washington, Maryland e Maine hanno legittimato lo stesso diritto ai propri cittadini. Ancora, in questo Novembre quasi strabordante, il presidente spagnolo Rajoy ha dovuto abbassare la testa e rimettersi seduto in un angolo a mordersi la lingua, perché pur spingendo con tutte le sue forze non è riuscito a far retrocedere il paese al pre-Zapatero, che nel 2004 aveva fatto della Spagna uno dei pionieri europei dei diritti omosessuali, riconoscendo loro gli stessi diritti delle coppie eterosessuali. In questo stesso traboccante 7 Novembre Avvenire pubblica la notizia francese riportando, con un sottile retrogusto di sdegno, che la Francia ha “equiparato i matrimoni tra persone dello stesso sesso a quelli tra persone eterosessuali”. Per il presidente francese, invece, questo è “un progresso non soltanto per qualcuno ma per tutta la società”. Un po’ come la missione dell’Apollo 11, insomma. A distanza di soli 12 giorni dall’introduzione di queste grandi novità, prove di un effettivo progresso dell’intera società francese o più semplicemente di un lento e graduale levarsi il prosciutto davanti agli occhi -come si dice nella Londra bene-, la Francia cattolica integralista si è sentita pungere il didietro, apparentemente con molta veemenza, perché non ha saputo resistere ed è scesa in piazza, anche lei, rivendicando -non si sa perché, non-diritti per persone che non sono loro. Il tutto, ai miei occhi, piuttosto paradossale. Tra simpatici slogan quale “sì alla famiglia, no all’omofollia” (benvenuti nel 200 a.C.), spicca per genialità e coraggio, oserei dire, l’osservazione del rappresentante di Civitas, un gruppo cattolico conservatore, Alain Escada che sostiene che “l’omosessualità è una deviazione che va corretta” (benvenuti nel 1400 a.C., con l’elettroshock o con una cura contro il gene malefico dell’omosessualità?). La stessa Civitas si è autodifesa proclamando nella propria homepage la follia pro-omosessuale della giornalista Caroline Foureste, che a loro avviso starebbe diffondendo attraverso la stampa notizie false, tendenziose e prive di dimostrazione, per paura della crescente folla supportante che gravita attorno al gruppo. Le notizie in questione, prive di prove, sarebbero che lei e alcuni esponenti di un gruppo femminista ucraino, “Femen” avrebbero ricevuto un trattamento piuttosto “violento” da parte dei pacifici, sarebbe il caso di dire angelici, manifestanti di Civitas.
Se avessi soltanto una piccola, piccolissima voce in capitolo vorrei far scivolare sul tavolo della segreteria di Civitas due cose. La prima è questa:

Immagine

Sulla seconda, invece, imprimerei in grassetto il nome di Alain Escada, ché non vorrei gli passasse inosservata.

Lui è Elijah, bimbo con due mamme, e lei è Michele Bachmann, uno dei candidati alle presidenziali appena svoltesi negli Stati Uniti d’America. Lei, come Escada, ha definito l’omosessualità un “disordine sessuale” che ha bisogno di essere curato, si è schierata contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso poiché innaturali e, non contenta, ha biasimato la scelta della Walt Disney di permettere ad Elton John, in quanto omosessuale, di interpretare la colonna sonora di un film per bambini, poiché non educativo. Alla Bachmann, il piccolo Elijah, di appena 8 anni ha risposto:

“My mommy’s gay, but she doesn’t need to be fixed”, ossia “la mia mamma è gay, ma non ha bisogno di essere curata”. Ecco, vorrei rispondergli proprio così.

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riemergere

Tutto è nato da un’esplosione. L’inizio e la fine, entrambi sono nati da un’esplosione. Di curiosità, voglia-di-qualsiasi-cosa e forza, soprattutto forza, l’uno. Di carne, nervi e di incredulità -a tratti, l’altra. Gli ultimi frammenti di quella forza hanno cercato di essere ancora, di nuovo, colla di quei pezzi malridotti di un passato stanco sotto il peso del presente. Ha ceduto, alla fine. Il peso lo ha distrutto definitivamente. Perché poi non è che si possa davvero credere che le cose vadano come vuoi tu. Certe cose, semplicemente, succedono. A volte, se sei davvero un eroe, può darsi che quel salto nel vuoto possa salvarti dal destino che ti corre dietro. Ma lui corre veloce, tanto veloce che quando ti supera non te ne accorgi neanche e ti siedi all’ombra a pensare come ha fatto, il destino, a superarti e decidere per te -quand’è arrivato il momento- molto prima che lo facessi tu. Molto prima che ti rendessi conto che ci fosse qualcosa da decidere. Fatto sta che ad un certo punto ti accorgi che il destino è uno stronzo, e tutto sommato non ti resta molto altro da fare che prenderne atto e se sei fortunato ad avere tanto ardore dire: “beh, allora sai che ti dico? lasciamoci qua, stronzo di un destino, tu vai per la tua strada e io per la mia, ché mi hai un po’ seccata”. Ecco, io ho fatto proprio così. Non c’è tanto da stare lì a guardarsi sotto le gambe per vedere da che parte il destino s’è infilato ed è passato avanti, no. Al limite c’è da riprendere fiato, giusto un attimo, e ricapitolare. Ricapitolando ho realizzato che finita l’università e finito l’amore tutto sommato Roma mi stava stretta. Che ero stanca dell’atac, dei sampietrini, dei burini, di Alemanno che ti sgrida se mangi un panino su via Condotti, della Polverini che compra le scarpe in auto blu e perché no, già che ci siamo, pure del Papa. Quindi ho raccolto le mie cosette, da brava, e come ogni italiana dotata di grande originalità ho detto “massì, io vado a Londra”. E alla fine l’ho fatto eh. L’ho fatto per davvero. L’ho fatto come si compra un paio di scarpe. O una borsa. Io ho deciso di cambiare città, stato, vita. E piano piano, con tanta fatica, ho cominciato a riemergere. Tanto che ora, tutto sommato, posso anche dire con sufficiente certezza che le piante dei piedi cominciano a toccare la riva.
Lentamente. Riemergere.

Io ti ho amato, André, e non saprei immaginare come si possa amare di più. Avevo una vita, che mi rendeva felice, e ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce ad immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. Sapevo che lo avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. È scoppiata tutto d’un colpo. C’erano cocci ovunque, e tagliavano come lame.

tagliavano come lame.

Allora.

Mentre voi vi crogiolate nel caldo di giugno e iniziate ad abbronzarvi, e a fare i pic nic a villa borghese e a lanciare le molliche alle papere io sono qui. Perchè ho un sacco di lavoro, io. Potrei tirarmene fuori. Potrei procrastinare. Potrei prenderlo alla leggera e finire il lavoro così così, chè tanto l’importante è finire. Ma. Resto qui con un sacco di lavoro da fare. Perchè a me le cose fatte così così non piacciono. Non so a voi. Ma se state di mercoledì a tirare molliche alle anatre, forse sì, vi piacciono le cose fatte così così. Altrimenti avreste un sacco di lavoro anche voi, e non avreste il tempo per villa borghese. E per le anatre e i pic nic. Ma tant’è. A me no, quindi sto a casa. Chè le soddisfazioni alla fine dei conti arrivano anche se non esci. E poi tutto sommato questa settimana sono uscita un sacco di volte. Senza contare le uscite per la coop, eh. Ho addirittura attraversato l’Italia per andare a votare, chè a certe cose non si può dire di no. E poi sono stata all’europride, chè, anche a certe altre non si può dire di no. Ho addirittura pranzato fuori, un giorno. No, non un tramezzino. Un pranzo vero, ad un tavolo vero, in un ristorante vero. Sì, forse questa settimana ho esagerato. Allora magari è meglio che mi decida a tornare al mio lavoro, che è un sacco. E chè le cose fatte così così a me non piacciono.

Non so a voi.

E.

Allora alla fine ho messo una congiunzione, invece di un punto. O meglio, una congiunzione con un punto. E un a capo. Anche se forse è un po’ più una virgola. Perchè io non sono fatta per i punto e a capo. Sono per gli spazi. Al limite i punti e virgola, se proprio devo. Ma insomma. C’ho provato. L’intenzione era quella, gli obiettivi -come sempre disattesi- distano un po’ dai risultati effettivi. Perchè poi succede sempre che io mi sento così -poco. E necessito di attenzioni che mi facciano sentire di essere di più, di poco. Di essere viva, di essere tanto. E allora voglio mancarti di più, voglio sentirmi liquida scorrerti dentro di più, voglio bastarti di più, voglio essere di più, voglio essere tutto. Per completarmi. Per riempire vuoti che ricopro di seta leggera, perchè sembrino meno profondi. Vuoti grandi da inghiottirmi e neanche me ne accorgo che, in realtà, quella che mi manca davvero sono io.