Questi giorni passati apparentemente senza lasciare traccia in realtà sono stati degni di nota. Almeno un paio. Facciamo tre. In primis: il 3 (sì, me la sono presa comoda, ma tant’è) ho visto l’Elettra tour, finalmente di nuovo Carmen live. Che mi ha sorpreso come sempre. All’auditorium, e con la compagnia perfetta. E un’inaspettatissima Madre Terra che sono stati 4 minuti di brividi. E quel violata.abusata.offesa.materna.e.fiera tutto d’un fiato. Chè ti si blocca il respiro alla bocca dello stomaco. E poi molti sorrisi e qualche risata. E le piacciono le mamme di una volta. Come un po’ anche a me. Forse perchè ne ho una anch’io. E Contessa Miseria che forse dal vivo non l’avevo mai sentita. Ed un “Geisha” così intenso da lasciarti disarmata. E poi A Finestra che la aspettavo da quand’è uscito il cd. Sì ecco. E’ stato soddisfazione. Appagamento dei sensi. E poi, poi finalmente ho visto dada e Surrealismo, ovviamente l’ultimo giorno. Ovviamente coi nervi a fior di pelle e la voglia di prendere tutti a gomitate. Dalla signora lasettimanaprossimavadoinfrancia a quello che guardando Ernst ride di gusto. Di cosa poi, mi chiedo. Ma va bene. E’ andata bene lo stesso, nonostante folla, fila e fretta -l’allitterazione è stata spontanea-. E sensidicolpa per l’esame del giorno successivo. Che, dopotutto, è andato egregiamente. E poi c’è stato un San Valentino che in realtà mi è sempre stato molto antipatico ma quest’anno no. Quest’anno è stato un San Valentino con We Will Rock You. Il musical, s’intende. Che una volta superato il trauma di sentire un disperato (perchè diciamocelo, Galileo è proprio un disperato che hanno raccattato direttamente dalla cassa di un Todis) che canta le canzoni del mio primo grande amore è stato davvero un grande show. Ribadisco, a parte Galileo, che per fortuna era solo il protagonista. Nonchè reincarnazione del mio amato Freddie. Freddie che sentire la sua voce a teatro. Innuendo a teatro. Un’emozione più unica che rara. Sono ancora molto scossa dalla scelta di quel Galileo, in effetti. In compenso è stata perfetta la dislocazione dei brani o anche la scelta delle battute, in grandissima parte basate sul panorama musicale Italiano (“la musica è morta quando è nato un programma di nome X Factor”, per dirne una a caso). E poi ho apprezzato molto che le canzoni siano state lasciate in lingua originale. Un po’ straziata, ma in lingua originale. Che poi a me sembra naturale, ma no. L’Italiano, e nello specifico il Romano, si lamenta. Perchè l’inglese è incomprensibile (!) e visto che i brani sono parte integrante dello svolgimento della storia ne perdi una parte. Perchè tu -tralasciando, mio malgrado, l’inglese- Headlong non la conosci. These are the days of our lives non la conosci. No one but you -ho sfiorato le lacrime, ovviamente- neanche. E ti lamenti perchè non capisci l’inglese. Beh, allora fanculo. E poi sono rimasta particolarmente e piacevolmente colpita dalla band che suonava dal vivo. E suonava bene, c’è da dirlo. Si insomma andatelo a vedere. Che io, a questo punto, me ne vado a dormire.

.dodici febbraio.

E poi, quasi per caso, sfogliando la moleskine per annotare che, con una discreta dose di disappunto, oggi a Roma nevicava, ti rendi conto di che giorno è, oggi. E allora inizi a pensare. A ricordare. A sentire. A. Inevitabilmente. Piangere.

come ogni volta.