.castelli di rabbia.

Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. Mai visto niente del genere, a Quinnipak. Ma forse proprio per questo, io ci sto bene. A Quinnipak si ha negli occhi l’infinito. Qui, quando proprio guardi lontano, guardi negli occhi di tuo figlio. Ed è diverso. Non so come fartelo capire, ma qui si vive al riparo. E non è una cosa spregevole. E’ bello. E poi chi l’ha detto che si deve proprio vivere allo scoperto, sempre sporti sul cornicione delle cose, a cercare l’impossibile, a spiare tutte le scappatoie per sgusciare via dalla realtà? E’ proprio obbligatorio essere eccezionali? Io non lo so. Ma mi tengo stretta questa vita mia e non mi vergogno di niente: nemmeno delle mie soprascarpe. C’è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, come medaglie della propria mediocrità. E io sono uno di quelli. Si guardava sempre l’infinito, a Quinnipak, insieme a te. Ma qui non c’è l’infinito. E così guardiamo le cose, e questo ci basta. Ogni tanto, nei momenti più impensati, siamo felici.

E poi, nonostante sia passato più di un anno, io ogni tanto me lo chiedo ancora cosa ci ha fatte appiccicare l’una all’altra. Tu laureata in legge, io a fatica mi laureerò in lingue. Ma anche una volta presa la laurea conserverò delle riserve. Faticherò anche a chiamarmi dottoressa. Eh sì. Tu alla Luiss, io che le scuole private le schifo. Eppure è possibile che ci finisca anch’io. Mio malgrado. Io che senza mare non vivo e tu che vuoi il freddo. O almeno il fresco. Quello della federa del cuscino in primis. Anche d’inverno. Ci piace leggere, sì, ma tu i libri li divori, io li gusto piano piano. Non posso farne a meno. A me piacciono le parole. Le frasi. Le giustapposizioni. Io se una parte mi colpisce devo annotarla da qualche parte. Qualsiasi. Però ci piace Isabella. Ci piace Murakami. Ci piace Baricco, anche se Emmaus non l’ho ancora letto. Ci piace Virginia. E poi. Tu leggi i quotidiani probabilmente tutti i giorni. Io quando mi ricordo. Ma tutti i giorni leggo almeno una ricetta. Tu sei abbonata a L’espresso, io aspetto fine mese per comprare Sale & Pepe. E mi eccito per una quiche più invitante delle altre. Però anche a te piace mangiare. A chi non piace, del resto. Tu che ami il cinema, e io che vado al cinema una volta all’anno. Facciamo due, quando esce となりのトトロ (Il mio vicino Totoro). Tu eri una studentessa modello, anche al liceo. Io il liceo l’ho finito a spizzichi e bocconi. Ed ero la tipica testa calda. Forse la figlia che ogni mamma spera di non avere. Poi sono migliorata, è vero. Molto. Però a 17 anni ero proprio una disgraziata. E la scuola era l’ultimo dei miei –importantissimi– pensieri. Io sono una ragazza del sud. Da ogni punto di vista. E ne sono anche abbastanza orgogliosa. Tu pare sia nata al sud per sbaglio. Coi capelli biondi e gli occhi azzurri azzurri. Tu così, un pochino schizzinosa, e io che ho dormito su un marciapiede di San Lorenzo. Io coi pantaloni strappati e le scarpette sporche di fango e tu con la Luis Vuitton. E mi piace la techno e ballare come un soldatino dentro una cassa più alta di me. E tu in un posto come il villaggio globale staresti come un pesce rosso dentro una cassetta delle lettere. Decisamente. Fuori. Posto. Eppure.

Eppure ci siamo ancora. Io e tu. Forse io un po’ più te, e tu un po’ più me. Tu un pochino più piccola, io un pochino più grande. Io che ho ancora sempre bisogno di giocare, tu che mi aiuti a crescere. Io che ti faccio arrabbiare tanto ma poi ti ricordo che se guardi fuori c’è l’arcobaleno. E sorridi. E forse non so dirti se un lavoro è meglio di un altro, ma so sempre farti ridere quando i pensieri diventano troppi. E troppo pesanti. E allora poi smetto di chiedermelo. E vivo. Me e te. Perchè in fin dei conti. A cosa serve chiederselo, quando c’è ancora vita pulsante?